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Nel maggio del 1753, sulle «Novelle Letterarie» di Firenze, celebre rivista diretta da Giovanni Lami, fu pubblicata la prima di sette lettere inviate da Raimondo di Sangro all’accademico della Crusca Giovanni Giraldi. Le lettere, tradotte in francese, furono poi riunite dall’autore in un volume indirizzato al fisico Jean-Antoine Nollet, membro dell’Accademia delle Scienze di Parigi. Argomento di questi scritti era una “meravigliosa scoperta” cui il principe di Sansevero era approdato nel novembre del 1752: il lume perpetuo.
Mentre era “applicato ad una operazione chimica”, egli aveva accidentalmente trovato una sostanza che, una volta accesasi, aveva continuato ad ardere ininterrottamente per più di tre mesi senza subire il minimo “scemamento”, ossia senza alcuna diminuzione di peso. Combattuto tra il desiderio di vedere riconosciuto il proprio genio dalla comunità scientifica e la naturale propensione al riserbo e alla segretezza, di Sangro lasciò intendere che il materiale combustibile era composto in parte da una sostanza ricavata da ossa di cranio umano (“le ossa dell’animale più nobile, che sia nella terra”), in parte da sostanze che si era ben guardato dallo specificare. Ad ogni modo, egli sottolineava che la materia da lui trovata non era un semplice fosforo, bensì originava “una bella e viva fiamma”, sebbene un po’ “più picciola di quella, che fanno i lumi di cera, o d’olio”.
Molto si favoleggiò e molto si favoleggia tuttora sul lume perpetuo del principe di Sansevero, e il mistero è probabilmente destinato a rimanere insoluto. Va tuttavia evidenziato che, nonostante il lume di Raimondo di Sangro – come molte delle sue favolose scoperte – abbia una forte pregnanza simbolica e alluda intenzionalmente a significati esoterici, nelle lettere a Giraldi e Nollet sono esposti procedimenti in linea con il metodo sperimentale della scienza coeva, vengono citati fisici accreditati (come Hermann Boerhaave e Petrus van Musschenbroek) e sono evocati modelli teorici di ampio consenso per l’epoca.
Emozione della scoperta, strutturate ipotesi di spiegazione della stessa, reiterazione degli esperimenti: tutto questo può leggersi nelle lettere del principe di Sansevero. Nelle sue intenzioni, due lampade perpetue avrebbero dovuto illuminare il Cristo velato, una volta che questo fosse stato traslato nella Cavea sotterranea della Cappella Sansevero; ma la Cavea non fu mai ultimata, e delle lampade perpetue non si seppe più nulla. Ancora nel 1756, però, di Sangro ritornava sul “meraviglioso lume”: “Poiché dunque non si può dubitare che esso non sia un vero lume, e simile a quello delle nostre candele o lampade, e che è durato per tre mesi e qualche giorno senza alcuna diminuzione della materia che gli serviva da alimento, gli si può dare a giusto titolo il nome di perpetuo, molto più che a quei lumi immaginari che si sono visti talvolta negli antichi sepolcri […] e ogni altro lume che non ha le stesse proprietà del mio, cioè tutte le qualità delle altre fiamme naturali, non merita il nome di eterno”. |
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