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Alla pirotecnica Raimondo di Sangro dedicò molte ore di studio sin da quando era convittore nel Collegio gesuitico a Roma. Sull’argomento, molto caro alla scienza barocca, egli – come dichiara nella sua Lettera Apologetica – aveva intenzione di pubblicare un trattato, in cui avrebbe svelato tutto quanto c’era ancora “d’ignoto o di nascosto” in quell’arte; tuttavia, tale scritto non fu mai dato alle stampe.
Al solito, l’interesse del di Sangro non si limitò al piano teorico. Realizzò alcuni spettacolari teatri pirotecnici, in cui l’accendersi dei fuochi produceva le più varie figure, come templi, vedute architettoniche, giochi d’acqua, capanne. “Portentosa parimente – continua la Lettera Apologetica – è quella macchinetta inventata da esso per le vedute de’ giardini, la quale […] manda pur fuora non già un semplice sibilo, com’altri han pur fatto, ma un ben chiaro e distinto canto d’uccelli, il quale senz’altro estranio ajuto è dallo stesso fuoco prodotto e preparato”.
L’inventività del principe si esplicitò anche nell’estesa gamma cromatica dei suoi fuochi artificiali: Giangiuseppe Origlia racconta che egli produsse “il torchino, il giallo a color di cedro, il giallo a color d’arancio, il bianco inclinante al color del latte, il rosso a color di rubino” e tanti altri colori. Particolare pregio aveva poi il fuoco verde, di cui il principe fu “primo inventore sino dal 1739”, anticipando così il conte Rutowsky di Dresda, che lo avrebbe realizzato solo quattro anni dopo, e non in tutte le tonalità ritrovate dal di Sangro, che andavano dal verde mare al verde smeraldo e al verde prato. |
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