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Nell’anonimo baedeker settecentesco, che si vendeva all’ingresso di Palazzo Sansevero, sono brevemente esposti i procedimenti attraverso cui Raimondo di Sangro ottenne seta e cera dal trattamento di alcune specie vegetali. I singolari materiali erano mostrati dal principe ai viaggiatori del Grand Tour curiosi di osservare i risultati delle sue sperimentazioni.
La cera, fatta “senza il naturale soccorso delle api”, veniva ricavata “da varie comunali erbe e fiori”, che bollivano in un’acqua debitamente preparata con “alcuni sali”: ne risultava “una spezie di grasso, che, raccolto e tornato più volte a ricuocere, viene in consistenza di cera vergine”. Tale cera, di colore bianco, poteva essere lavorata esattamente come la cera d’api.
Nel 1752, di Sangro pervenne a una scoperta, che avrebbe potuto essere – commentava Giangiuseppe Origlia nel 1754 – di “grand’utile […] per la società”. Egli giunse a far filare la cosiddetta “seta vegetativa”, prodotta in alcune borsette lanuginose da una pianta chiamata “apocino”; a causa della “estrema cortezza” dei filamenti di questa pianta, nessuno prima di lui era riuscito a ricavarne delle stoffe. Esse erano di perfezione tale da recare “invidia a quelle fatte colla comun seta”. Con la seta vegetale il principe produsse anche fogli di “carta come quella della Cina”. |
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