Archibugio e cannone leggero

Appassionato studioso di arte militare, Raimondo di Sangro pubblicò nel 1747 un’opera incentrata sugli esercizi della fanteria, apprezzata dalle principali corti europee. Il suo interesse in materia non si limitava però all’ambito teorico e strategico: nel corso della sua vita, molte furono le sperimentazioni e le invenzioni relative all’artiglieria.

Nel 1739 il principe di Sansevero ideò un archibugio che poteva sparare, a seconda del desiderio di chi lo usava, sia a polvere che ad aria compressa, pur essendo composto – come sottolinea Origlia, suo biografo contemporaneo – “di una sola canna, di un solo cane, di una sola martellina, e con un solo fucone”. La sorprendente arma, realizzata per di Sangro da Matteo Algaria, fu donata a Carlo di Borbone.

La creazione più ingegnosa in ambito bellico fu probabilmente un cannone che, rispetto agli altri esemplari dello stesso tipo, pesava ben centonovanta libbre in meno e aveva una gittata di gran lunga superiore. La leggerezza del pezzo d’artiglieria era tale che ciascun soldato avrebbe potuto agevolmente trasportarne uno, se non addirittura due, anche nelle marce forzate. Nella lunga nota della Lettera Apologetica dedicata alle invenzioni del principe, scritta nella finzione letteraria da un’anonima Duchessa di S****, si afferma che il cannone era composto “d’un certo fortissimo particolar componimento di materia dall’Autor pensata”. La formula di questa speciale lega non fu però mai divulgata.

Carrozza marittima

Nelle domeniche del luglio 1770, sul tratto di mare che separa Capo Posillipo dal Ponte della Maddalena, si verificò quel che ai più dovette sembrare un prodigio: un’elegante carrozza, con tanto di cavalli e cocchiere, solcava le onde di gran carriera. Era l’ultima volta che il principe di Sansevero destava la meraviglia di napoletani e forestieri: di lì a poco, il 22 marzo 1771, egli si sarebbe spento nel suo palazzo in largo San Domenico Maggiore.

In realtà, i cavalli della carrozza – come chiarisce Pietro d’Onofrj nell’Elogio estemporaneo di Carlo di Borbone (1789) – erano di sughero, e l’anomala imbarcazione procedeva spedita grazie a un ingegnoso sistema di pale a foggia di ruote, progettato da Raimondo di Sangro. Nel libro del d’Onofrj il disegno della carrozza marittima, di Francesco Celebrano, è inciso in rame da Giuseppe Aloja su una splendida tavola ripieghevole. Celebrano fu anche colui che, eseguendo il progetto del principe, costruì la carrozza, di cui di Sangro conservava peraltro un modellino nel suo appartamento privato.

Ecco alcuni stralci della cronaca che di queste “passeggiate per mare” diede la «Gazzetta di Napoli» del 24 luglio 1770: “Avendo il Principe di Sansevero inventata, e fatta sotto la sua direzione costruire […] una barca rappresentante una carrozza capace di dodici persone, che col semplice moto delle quattro ruote” avanzava “più che se essa avesse remi o vele”, offrì “agli occhi degli spettatori una piacevole insieme e sorprendente veduta”; dopo averla collaudata a Capo Posillipo, “ne ha voluto nelle passate domeniche rendere questo pubblico spettatore, trasferendosi in essa dal Capo suddetto […] sino al Ponte della Maddalena, non lasciando tutti di ammirare […] l’uguale invariabile movimento, e la somma velocità, colla quale viene spinta la macchina e fa cammino”.

Cera e seta vegetali

Nell’anonimo baedeker settecentesco, che si vendeva all’ingresso di Palazzo Sansevero, sono brevemente esposti i procedimenti attraverso cui Raimondo di Sangro ottenne seta e cera dal trattamento di alcune specie vegetali. I singolari materiali erano mostrati dal principe ai viaggiatori del Grand Tour curiosi di osservare i risultati delle sue sperimentazioni.

La cera, fatta “senza il naturale soccorso delle api”, veniva ricavata “da varie comunali erbe e fiori”, che bollivano in un’acqua debitamente preparata con “alcuni sali”: ne risultava “una spezie di grasso, che, raccolto e tornato più volte a ricuocere, viene in consistenza di cera vergine”. Tale cera, di colore bianco, poteva essere lavorata esattamente come la cera d’api.

Nel 1752, di Sangro pervenne a una scoperta, che avrebbe potuto essere – commentava Giangiuseppe Origlia nel 1754 – di “grand’utile […] per la società”. Egli giunse a far filare la cosiddetta “seta vegetativa”, prodotta in alcune borsette lanuginose da una pianta chiamata “apocino”; a causa della “estrema cortezza” dei filamenti di questa pianta, nessuno prima di lui era riuscito a ricavarne delle stoffe. Esse erano di perfezione tale da recare “invidia a quelle fatte colla comun seta”. Con la seta vegetale il principe produsse anche fogli di “carta come quella della Cina”.

Farmaci

Gli interessi del principe di Sansevero si rivolsero anche alla scienza medica. Nei laboratori sotterranei del suo palazzo, egli mise a punto alcuni farmaci che operarono diverse guarigioni, che a tutti parvero dei veri e propri “portenti”. Della sua capacità di “richiamare a vita novella i già vicini a trapassare, che volgarmente dicesi risuscitare i defunti”, si parla nella Lettera Apologetica.

Nel 1747 egli salvò Luigi Sanseverino, principe di Bisignano, da una morte che “a’ più valenti Professori” pareva inevitabile: “imprese per tanto l’Autore co’ suoi segreti l’opera, che già disperata, non che difficile dicevasi, e nel corso di poche settimane non solamente vinse e domò la ferocia del male, ma sano perfettamente il rendé, liberandolo sin da qualche incomodo, che per l’innanzi abitualmente sofferto avea”. Lo stesso “portentoso avvenimento” si ripeté circa tre anni dopo nella persona di Filippo Garlini, residente a Roma, cui il principe regolò la cura per lettera. Di tale strepitosa guarigione anche “i più chiari Professori dell’arte medica” diedero all’epoca “chiara testimonianza”.

Come di molte altre invenzioni del di Sangro, anche dei rimedi medici da lui realizzati non è dato conoscere la formula. Le guarigioni gli procurarono però una “strepitosa fama” di taumaturgo, tanto che perfino il ministro Bernardo Tanucci – che pur non aveva il principe nelle sue grazie – dové raccontare in una lettera del 1752 che il duca di Miranda, ammalatosi di una “febbre maligna” e “adirato co’ medici” che non riuscivano a curarlo, chiamò Raimondo di Sangro, “celebrato per [aver] risuscitato Bisignano”.

Gemme artificiali e vetro colorato

Dopo aver dotato il proprio palazzo – come racconta Origlia nell’Istoria dello Studio di Napoli (1753-54) – di “una fornace a foggia di quella de’ vetrai” e di “un lavoratorio chimico con ogni sorta di fornelli”, il principe di Sansevero si dedicò giorno e notte ai più diversi esperimenti. Alcuni di essi mirarono alla produzione di pietre preziose artificiali e a una speciale colorazione del vetro.

Contraffece vari tipi di “pietre dure, come il diaspro verde sanguigno, l’agata di più maniere, il lapislazuli […] egli ebbe il piacere di contraffare pur delle pietre preziose di ogni sorta”: esse avevano caratteristiche identiche alle pietre vere, dalle quali non potevano “per niun verso distinguersi”. Non solo: in quella guida alle meraviglie di Palazzo Sansevero che è la Breve nota (1767), si riferisce di “alcune gioie, le quali per natura sono pallide e scariche di colore”, che il principe avrebbe trattato in modo da esaltarne la tinta al massimo grado (le ametiste divennero così “del più alto e bel colore, che mai possa desiderarsi nelle ametiste”). Infine, nel 1767, di Sangro fece “un’altra curiosa scoperta”, riuscendo a “togliere al vero lapislazuli il suo colore azzurro, cambiandolo nel colore bianco”.

Altrettanto incredibile dovette apparire la sua abilità nel penetrare il vetro con qualsiasi colore. Lo scienziato francese de Lalande, che vide i risultati di queste sperimentazioni, così scriveva nel suo diario di viaggio: “L’arte di colorare il vetro sembrava un segreto ormai perso; il principe di Sansevero vi si è esercitato con successo; vi sono presso di lui dei pezzetti di vetro bianco, in cui si vedevano differenti colori che erano chiari e trasparenti come se il vetro fosse uscito dalla fornace con quegli stessi colori”. Il procedimento parve al de Lalande semplicemente “perfetto”.

Invenzioni pirotecniche

Alla pirotecnica Raimondo di Sangro dedicò molte ore di studio sin da quando era convittore nel Collegio gesuitico a Roma. Sull’argomento, molto caro alla scienza barocca, egli – come dichiara nella sua Lettera Apologetica – aveva intenzione di pubblicare un trattato, in cui avrebbe svelato tutto quanto c’era ancora “d’ignoto o di nascosto” in quell’arte; tuttavia, tale scritto non fu mai dato alle stampe.

Al solito, l’interesse del di Sangro non si limitò al piano teorico. Realizzò alcuni spettacolari teatri pirotecnici, in cui l’accendersi dei fuochi produceva le più varie figure, come templi, vedute architettoniche, giochi d’acqua, capanne. “Portentosa parimente – continua la Lettera Apologetica – è quella macchinetta inventata da esso per le vedute de’ giardini, la quale […] manda pur fuora non già un semplice sibilo, com’altri han pur fatto, ma un ben chiaro e distinto canto d’uccelli, il quale senz’altro estranio ajuto è dallo stesso fuoco prodotto e preparato”.

L’inventività del principe si esplicitò anche nell’estesa gamma cromatica dei suoi fuochi artificiali: Giangiuseppe Origlia racconta che egli produsse “il torchino, il giallo a color di cedro, il giallo a color d’arancio, il bianco inclinante al color del latte, il rosso a color di rubino” e tanti altri colori. Particolare pregio aveva poi il fuoco verde, di cui il principe fu “primo inventore sino dal 1739”, anticipando così il conte Rutowsky di Dresda, che lo avrebbe realizzato solo quattro anni dopo, e non in tutte le tonalità ritrovate dal di Sangro, che andavano dal verde mare al verde smeraldo e al verde prato.

Lume perpetuo

Nel maggio del 1753, sulle «Novelle Letterarie» di Firenze, celebre rivista diretta da Giovanni Lami, fu pubblicata la prima di sette lettere inviate da Raimondo di Sangro all’accademico della Crusca Giovanni Giraldi. Le lettere, tradotte in francese, furono poi riunite dall’autore in un volume indirizzato al fisico Jean-Antoine Nollet, membro dell’Accademia delle Scienze di Parigi. Argomento di questi scritti era una “meravigliosa scoperta” cui il principe di Sansevero era approdato nel novembre del 1752: il lume perpetuo.

Mentre era “applicato ad una operazione chimica”, egli aveva accidentalmente trovato una sostanza che, una volta accesasi, aveva continuato ad ardere ininterrottamente per più di tre mesi senza subire il minimo “scemamento”, ossia senza alcuna diminuzione di peso. Combattuto tra il desiderio di vedere riconosciuto il proprio genio dalla comunità scientifica e la naturale propensione al riserbo e alla segretezza, di Sangro lasciò intendere che il materiale combustibile era composto in parte da una sostanza ricavata da ossa di cranio umano (“le ossa dell’animale più nobile, che sia nella terra”), in parte da sostanze che si era ben guardato dallo specificare. Ad ogni modo, egli sottolineava che la materia da lui trovata non era un semplice fosforo, bensì originava “una bella e viva fiamma”, sebbene un po’ “più picciola di quella, che fanno i lumi di cera, o d’olio”.

Molto si favoleggiò e molto si favoleggia tuttora sul lume perpetuo del principe di Sansevero, e il mistero è probabilmente destinato a rimanere insoluto. Va tuttavia evidenziato che, nonostante il lume di Raimondo di Sangro – come molte delle sue favolose scoperte – abbia una forte pregnanza simbolica e alluda intenzionalmente a significati esoterici, nelle lettere a Giraldi e Nollet sono esposti procedimenti in linea con il metodo sperimentale della scienza coeva, vengono citati fisici accreditati (come Hermann Boerhaave e Petrus van Musschenbroek) e sono evocati modelli teorici di ampio consenso per l’epoca.

Emozione della scoperta, strutturate ipotesi di spiegazione della stessa, reiterazione degli esperimenti: tutto questo può leggersi nelle lettere del principe di Sansevero. Nelle sue intenzioni, due lampade perpetue avrebbero dovuto illuminare il Cristo velato, una volta che questo fosse stato traslato nella Cavea sotterranea della Cappella Sansevero; ma la Cavea non fu mai ultimata, e delle lampade perpetue non si seppe più nulla. Ancora nel 1756, però, di Sangro ritornava sul “meraviglioso lume”: “Poiché dunque non si può dubitare che esso non sia un vero lume, e simile a quello delle nostre candele o lampade, e che è durato per tre mesi e qualche giorno senza alcuna diminuzione della materia che gli serviva da alimento, gli si può dare a giusto titolo il nome di perpetuo, molto più che a quei lumi immaginari che si sono visti talvolta negli antichi sepolcri […] e ogni altro lume che non ha le stesse proprietà del mio, cioè tutte le qualità delle altre fiamme naturali, non merita il nome di eterno”.

Macchina idraulica

Qualora fosse stata divulgata e prodotta, un’invenzione del principe che avrebbe potuto recare notevole giovamento alla società civile era certamente la macchina idraulica. Perfezionata già nel 1739, essa era frutto della passione con cui egli si applicò sin dalla giovinezza alla meccanica e all’idrostatica.

La macchina era concepita in modo tale che – come attestava il suo inventore – “con l’azione di due soli ordigni, simiglianti a due trombe”, l’acqua poteva essere sospinta “a qualunque altezza” si desiderasse, e “senza l’opera d’animale alcuno”. Il congegno messo a punto da di Sangro meritò “gli applausi, e la lode de’ più sperti dell’arte”.

Così il principe di Sansevero spiegava i possibili impieghi della sua “utilissima” creazione: “per mezzo di essa, in Paese, dove manca l’acqua de’ fiumi, si può fare uso dell’altra dalle piogge ricolta per la comodità de’ mulini, e delle cartiere, e per la fabbrica de’ panni o altro; e ciò avviene, perché l’acqua medesima scorre sempre di su in giù, per esser ella di giù in su portata sempre e risospinta di nuovo”.

Orologi

Nel ’700, la Cappella Sansevero era collegata al palazzo del principe da un passaggio aereo, su cui si ergeva un tempietto ospitante un grande orologio a carillon. Esso non fu l’unico a essere progettato dal di Sangro: un altro orologio, forse ancor più spettacolare e baroccheggiante, era destinato ad abbellire il cortile del suo palazzo, ma non vi sono prove che sia mai stato ultimato.

Del primo sofisticato marchingegno dà testimonianza la settecentesca Breve nota di quel che si vede in casa del Principe di Sansevero: in un locale adiacente al ponte di comunicazione tra la dimora dei di Sangro e il mausoleo gentilizio era la “macchina dell’oriuolo” che, azionata da un musicista, faceva suonare alle campane del carillon “qualunque aria” si desiderasse. La musica eseguita dalle campane, disposte all’interno di un sacello rotondo octastilo, era udibile fino ad alcune miglia di distanza. Il “cariglione” del principe di Sansevero era allora l’unico di tal genere in Italia.

È lo stesso di Sangro a descrivere il secondo orologio. Oltre a segnare giorni del mese e della settimana, ore e minuti, esso mostrava “le differenti fasi della luna”, la quale di notte appariva “luminosa e chiara, ed alla vera del tutto simile”, a seconda che fosse piena, crescente o calante. A mezzogiorno l’orologio lasciava uscire da quattro varchi figure allegoriche che, avanzando in linea retta a passi di danza e portandosi strumenti alla bocca, eseguivano “una ben accordata marcia”. In luogo del pendolo, infine, vi era la testa di un dragone, le cui zampe suonavano le ore e i quarti percuotendo le campane dell’orologio.

Palco pieghevole

Era ancora studente presso il Collegio Romano dei Gesuiti quando, nel 1729, Raimondo di Sangro fece il suo sbalorditivo esordio da inventore. Dovendosi costruire, nel cortile del Collegio, un palco che scomparisse dopo una rappresentazione teatrale per dar luogo alle evoluzioni della cavalleria, ed essendosi esaminati i disegni presentati dai migliori ingegneri di Roma, venne scelto il progetto del giovane principe, che prevedeva il sollevamento e la chiusura a libro del palco in breve tempo.

Il congegno – ricorda lo stesso di Sangro – era costituito “di argani, e di ruote dagli spettatori non vedute”; così, “con l’aiuto di poche corde”, il palco si ritirò “in pochi istanti” appoggiandosi alla facciata del cortile, che rimase completamente sgombro. Fu nientemeno che Nicola Michetti, già famoso ingegnere dello zar Pietro il Grande, a preferire il meccanismo ideato dal principe rispetto a tutti gli altri.

Secondo una breve biografia dei primi del XIX sec., di Sangro avrebbe in seguito raccontato agli amici intimi e alla figlia Carlotta che il disegno del palco gli “era stato proposto in sogno da un venerando vecchio annunziatosi ad esso per Archimede”: reale o meno che fosse l’apparizione onirica, è plausibile che il principe desiderasse indicare nel geniale scienziato siracusano il suo modello, quasi l’ideale iniziatore alla sua lunga e poliedrica attività di sperimentatore.

Palingenesi

Gli esperimenti di palingenesi (rigenerazione) sono senz’altro i più misteriosi tra quelli compiuti dal principe di Sansevero: secondo le fonti coeve, egli era in grado di riprodurre piante, insetti e piccoli animali dalle loro ceneri. Il riserbo del di Sangro sulle modalità di tali operazioni, però, fu quasi assoluto.

A riferire di una di queste incredibili esperienze fu il contemporaneo Giangiuseppe Origlia, che parlò di una vera e propria “risurrezione de’ granchi di fiume, i quali dopo calcinati a fuoco di riverbero, e ridotti in cenere, producono degli moltissimi insetti, e quindi da questi col secondo giornale inaffiamento di sangue fresco di bue, usato in una particolar maniera, ne rinascono quelli di bel nuovo”. L’astronomo Joseph Jérôme de Lalande, che conobbe il principe e visitò il suo palazzo, racconta nelle sue memorie di viaggio di “palingenesi naturale di vegetali e animali, specialmente con cenere di finocchio, che, secondo lui, riproduceva la pianta”.

Indicativo della massima riservatezza con cui di Sangro custodiva tale segreto è il passo conclusivo dell’anonima Breve nota di quel che si vede in casa del Principe di Sansevero, che, accennando alle “belle sperienze fatte altresì per rispetto alla palingenesia”, aggiunge che per poterle osservare “ci vuole della confidenza col medesimo”.

Riproduzione del miracolo di San Gennaro

“Con sommo segreto mi è stato confidato, che il Principe di San Severo abbia composta una certa materia simile al sangue di San Gennaro, e che secondo l’intemperie dell’aria comparisce di fare gli stessi effetti”: così il nunzio apostolico Lucio Gualtieri scriveva in una lettera del 18 maggio 1751. Già offuscata dalla recente pubblicazione della Lettera Apologetica e dall’affiliazione alla Massoneria, la fama di Raimondo di Sangro fu definitivamente compromessa presso la Chiesa a causa di questo esperimento, che sembrava mettere implicitamente in dubbio il miracolo della liquefazione del sangue del patrono di Napoli.

In realtà, il principe, quale infaticabile sperimentatore, intendeva verificare – come ben comprese il contemporaneo de Lalande – “una pura ipotesi di fisica”, ossia che una sostanza potesse in determinate circostanze sciogliersi e nuovamente coagularsi; ciò, però, non implica che egli ritenesse che, all’interno delle vere ampolle del sangue di San Gennaro, il fenomeno dello scioglimento si svolgesse per le medesime cause e secondo le medesime modalità di quello da lui riprodotto in laboratorio. Ad ogni modo, il sistema ideato dal principe era molto più complesso della stringata relazione che ne fece il nunzio apostolico.

Annota de Lalande: “Ha fatto costruire un ostensorio o teca simile a quella di San Gennaro, con due ampolle della stessa forma, piene di un amalgama di oro e mercurio misto a cinabro, dello stesso colore del sangue coagulato. Per rendere fluido questo amalgama c’è nel cavo della bordatura […] un serbatoio di mercurio fluido con una valvola che, quando la teca viene capovolta, si apre per lasciare entrare mercurio nell’ampolla. A questo punto l’amalgama diventa liquido e imita la liquefazione; ma questa è una pura ipotesi di fisica, adatta a spiegare un effetto. È proprio di un grande fisico voler tutto spiegare e tutto imitare”.

Un altro viaggiatore settecentesco descrive la composizione della sostanza e l’esperimento ancor più nei dettagli, spiegando anche come la liquefazione non si verificasse meccanicamente a ogni capovolgimento dell’ampolla, e potesse essere anche solo parziale, proprio come avveniva per il sangue di San Gennaro. E, commentando l’ingegnoso sistema messo a punto dal principe, conclude: “Tutto quello che posso attestare è che esso funzionava perfettamente”.

Stampa a piĆ¹ colori

“Ritrovò un nuovo modo d’imprimere a una sola tirata di torchio, e a un medesimo tempo, qualsivoglia figura sì d’uomini, come di fiori, e d’ogni altra cosa variamente colorita”: così una fonte settecentesca riferisce di una delle più incredibili invenzioni del principe di Sansevero, la stampa simultanea a più colori, tecnica allora pressoché ignota all’arte della tipografia. Avendo progettato e installato nella dimora di piazza San Domenico alcune macchine tipografiche, di Sangro riuscì a stampare in policromia e con un’unica pressione di torchio non solo figure, ma anche bellissimi caratteri tipografici.

Tra coloro che ebbero modo di ammirare le sue stampe a figure policrome fu anche il francese de Lalande, che ne parlò in questo modo: “L’arte di stampare a più colori è ancora una delle cose che questo principe aveva perfezionato; mi fece vedere delle stampe su carta e su seta bianca, dove egli aveva stampato alcuni fiori di differenti colori, con un sol rame ed un sol giro di torchio […] mi sembra che le tavole fatte a Parigi da M. Gauthier non siano realizzate con lo stesso vantaggioso procedimento”.

Quel che tutti possono ancora apprezzare è invece il risultato del sistema con cui il principe giunse a stampare simultaneamente caratteri policromi: “il monumento della nuova sorprendente invenzione” – come lo definì a buona ragione Lorenzo Giustiniani nel Saggio storico-critico sulla tipografia del Regno di Napoli (1793) – è infatti il frontespizio dell’edizione originale della Lettera Apologetica, con i caratteri in nero, rosso, verde e arancione. Fu lo stesso di Sangro a sottolineare la straordinarietà del proprio metodo, che suscitò meraviglia almeno quanto il contenuto eterodosso del suo capolavoro letterario: “la difficoltà di questo ritrovamento ben è dagl’intendenti dell’arte compresa, e da tutti generalmente tenuta per insuperabile; siccome pure è riputato massimo il profitto, che può risultarne”.

Altre invenzioni

Quale “celebre indagatore dei più reconditi misteri della Natura”, Raimondo di Sangro conseguì e realizzò un numero imprecisato di scoperte e invenzioni. Alcune di esse furono presentate – ora più, ora meno compiutamente – alla comunità scientifica dell’epoca, altre furono donate al sovrano o mostrate ad alcuni prescelti interlocutori, altre ancora hanno trovato applicazione nella Cappella Sansevero, e si lasciano ancora ammirare (si pensi al mastice usato per il cornicione e i capitelli delle colonne, all’incredibile Pavimento labirintico a tarsie policrome, agli spettacolari colori della volta, alla particolare iscrizione in rilievo posta sulla Tomba di Raimondo di Sangro, alle Macchine anatomiche).

La sua concezione fondamentalmente esoterica del sapere ha fatto sì che quasi tutti i “segreti” delle sue invenzioni – come scrisse Giuseppe Maria Galanti nel 1792 – “o sono morti con lui, o giacciono ignoti in qualche angolo della sua casa”. Sono le fonti, letterarie e d’archivio, a ragguagliarci sulla sua poliedrica attività sperimentale: menzioneremo alcune delle sue realizzazioni non ancora citate o approfondite nei testi qui pubblicati.

Nel campo delle arti, egli inventò la cosiddetta “pittura oloidrica”, che aveva – spiega la Breve nota di quel che si vede in casa del Principe di Sansevero – “la vaghezza del colorito proprio della miniatura, ma […] la forza della dipintura ad olio”. Tale tecnica poteva essere usata su qualsiasi materiale, contrariamente alla normale miniatura, che poteva applicarsi solo su avorio, pergamena, carta o altri materiali deperibili. Sapeva colorare il marmo in modo tale che i colori lo penetrassero “da banda a banda” e non rimanessero solo in superficie; realizzò alcuni marmi artificiali, che mostrava nel suo palazzo; qui, inoltre, erano esposti due quadri composti con “lane di varj colori”, che creavano particolari effetti ottici ed erano caratterizzati da mezzetinte così sfumate da fare “invidia ad ogni altro quadro dipinto con colore ad olio”.

Varie furono le sperimentazioni nella manifattura, nella chimica, nella meccanica e in altri ambiti di ricerca. Produsse una porcellana più pregiata del comune e lavorata diversamente, la cui formula fu richiesta da Ferdinando IV a Vincenzo di Sangro, figlio di Raimondo, poco dopo la morte di quest’ultimo. Già nel 1748 aveva realizzato due tipi diversi di panni completamente impermeabili: una redingote cucita con una di queste stoffe fu da lui regalata a Carlo di Borbone, che la utilizzava durante le battute di caccia invernali. L’anno successivo, poi, “ridusse all’ultima perfezione il drappo di seta dipinto, che dagli Oltramontani dicesi Pekin”. Costruì una mensa automatica, che serviva ai commensali qualsiasi vivanda senza bisogno di camerieri.

E ancora: inventò “una carta propria pe’ cartocci dell’artiglieria, la quale non si accende, né vi restano faville, ma diventa immediatamente carbone”; realizzò legna e carbone che non producevano cenere con la combustione; ricavò del sangue artificiale dal trattamento di cibi masticati e letame; desalinizzò l’acqua di mare. Così concludeva la Breve nota: “Moltissime altre belle scoperte ha fatto il Principe, alcune delle quali sembrano fuori dell’ordine della Natura”.