Rapporto con gli artisti

Stabilitosi definitivamente a Napoli alla metà degli anni ’30 del XVIII sec., Raimondo di Sangro cominciò poco dopo la ristrutturazione del palazzo avito e dell’adiacente mausoleo gentilizio. A partire dal decennio successivo e fino al 1771, la residenza in largo San Domenico Maggiore e la Cappella Sansevero furono cantieri sempre aperti, come testimoniano le centinaia di documenti conservati presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli e presso l’Archivio Notarile Distrettuale. Consistente è il numero di artisti e maestranze che ottennero incarichi dal principe: ingegneri e architetti, pittori e scultori, stuccatori e falegnami, fonditori e perfino “cariglionieri” trovarono lavoro presso Sansevero.

Un mecenate estremamente generoso, dunque, ma anche esigente, e attento a tutelare i propri interessi: consultando le polizze di pagamento e – ancor di più – gli atti notarili, si notano una maniacale cura del dettaglio nella descrizione delle opere da eseguire e una lunga serie di clausole a garanzia del committente. Nonostante queste precauzioni, in più di un’occasione Raimondo di Sangro restò insoddisfatto dei lavori compiuti, e non mancarono motivi di attrito con gli artisti alle sue dipendenze.

Pur avendo già dato inizio al riassetto della Cappella Sansevero, fu solo nel 1750 – ci informa Giangiuseppe Origlia – che Raimondo di Sangro ne concepì il progetto iconografico complessivo. Proprio in quell’anno chiamò quale sovrintendente ed esecutore Antonio Corradini (1668-1752), celebre scultore veneto già al servizio dell’imperatore Carlo VI. Morto il Corradini, il suo ruolo fu affidato nel novembre 1752 al genovese Francesco Queirolo (1704-1762), che si era segnalato a Roma per alcune sculture. I rapporti tra il principe e Queirolo, però, si guastarono, e ne seguì un processo che fece scalpore. Negli ultimi anni della sua vita, infine, il principe affidò la direzione dei lavori all’architetto e scultore napoletano Francesco Celebrano (1729-1814).

Oltre ai nomi già citati, ricordiamo Giuseppe Sanmartino (1720-1793), scultore partenopeo che per il principe realizzò, oltre al Cristo velato, anche graziosi stucchi nel cortile di Palazzo Sansevero, e il sorrentino Paolo Persico (1729-1780), che alle dipendenze del di Sangro raggiunse una maturazione tale da essere successivamente chiamato dai Borbone per partecipare alla sfarzosa decorazione scultorea della Reggia di Caserta. Né può essere dimenticato Francesco Russo, artista di cui si hanno scarse notizie, che – prima di affrescare splendidamente la volta della Cappella Sansevero – aveva già lavorato sotto le direttive del principe nell’antisagrestia della Cappella del Tesoro di San Gennaro.

È probabile, ad ogni modo, che nessuno di costoro conoscesse fin nei dettagli il disegno disangriano, né fosse messo a parte del significato simbolico delle Virtù che andavano via via a completare l’itinerario allegorico immaginato dal principe. Pittori e scultori, inoltre, nell’eseguire le loro opere fecero talvolta tesoro delle invenzioni del mecenate: si pensi ai colori utilizzati dal Russo o da Giuseppe Pesce, o al particolare metodo con cui fu realizzata l’iscrizione sulla Tomba di Raimondo di Sangro. Per tali motivi, nella Cappella Sansevero, come mai in altro monumento, si avverte la presenza di una committenza che, sovrastando a tratti ogni singola presenza artistica, autorevolmente si impone infondendo energia, coerenza, suggestione, respiro europeo all’intero complesso.