Altre opere

L’esordio letterario del principe di Sansevero avvenne con la pubblicazione, nel 1747, della Pratica più agevole e più utile di Esercizj Militari per l’Infanteria, stampata dal tipografo Giovanni di Simone e dedicata a Carlo di Borbone. L’opera riscosse un immenso successo e consacrò in tutta Europa la fama di Raimondo di Sangro: l’eccezionale competenza in materia gli procurò elogi da parte di Luigi XV di Francia, del Maresciallo di Sassonia e, soprattutto, di Federico II di Prussia, al cui ordinamento militare il principe guardava come a un modello. Le truppe spagnole adottarono gli efficaci esercizi del principe, che egli aveva già sperimentato sul campo con il suo Reggimento di Capitanata.

In seguito alla stampa della Lettera Apologetica, alla messa all’Indice del libro e ai duri attacchi sferrati da diversi scritti, Raimondo di Sangro compose una Supplica umiliata alla Santità di Benedetto XIV (Napoli 1753), nel tentativo – fallito – di far derubricare la Lettera dall’elenco dei libri proibiti. Dando prova di vasta cultura e mordace abilità dialettica, nella Supplica il principe passa in rassegna e confuta le obiezioni dei suoi censori, imperniate sugli scottanti temi da lui trattati nell’Apologetica. In particolare, l’autore replica all’insinuazione secondo cui il proprio scritto avrebbe inteso trasmettere attraverso un “maligno gergo” (ossia in codice) contenuti esoterici e principi contrari alla dottrina della Chiesa: l’unico “innocente gergo” che di Sangro riconosce di aver usato è l’ironia.

Nello stesso 1753, di Sangro pubblicò in francese le Lettres écrites à Mons.r l’Abbé Nollet de l’Académie des Sciences à Paris, contenant la rélation d’une découverte qu’il a faite par le moyen de quelques expériences chimiques et l’explication phisique de ses circonstances. Insieme all’Apologetica, essa è l’opera più misteriosa e affascinante del principe di Sansevero: argomento di queste lettere a Jean-Antoine Nollet, infatti, è la “meravigliosa scoperta” di un lume perpetuo, cui di Sangro era pervenuto alla fine dell’anno precedente, e che aveva comunicato in analoghe lettere in italiano all’accademico della Crusca Giovanni Giraldi. La scoperta consisteva più precisamente in una sostanza che, una volta accesasi, aveva continuato ad ardere ininterrottamente per più di tre mesi senza subire il minimo “scemamento”, ossia senza alcuna diminuzione di peso. Nonostante il lume di Raimondo di Sangro – come molte delle sue favolose scoperte – abbia una forte pregnanza simbolica e alluda intenzionalmente a significati esoterici, va sottolineato che nelle lettere a Giraldi e Nollet sono esposti procedimenti in linea con il metodo sperimentale della scienza coeva, vengono citati fisici accreditati e sono evocati modelli teorici di ampio consenso per l’epoca.

Egli tornò su questi temi nella Dissertation sur une lampe antique trouvée à Munich en l’année 1753 (Napoli 1756), anch’essa indirizzata al Nollet. L’occasione era data dal rinvenimento a Monaco di una presunta “lampada meravigliosa”, che sarebbe stata trovata accesa da coloro che l’avevano dissotterrata durante i lavori di restauro alle fondamenta di una chiesa. Il principe, che analizzò la lampada e la sostanza in essa contenuta, sostenne che essa fosse semplicemente un fosforo, e – tra il serio e il faceto – azzardò che potesse trattarsi di uno dei dodici fosfori artificiali conservati in altrettante caraffe da rabbini di diverse città del mondo, simboleggianti il “fuoco nascosto” che Dio aveva consegnato al popolo d’Israele. Ad ogni modo, di Sangro concludeva che la “lampada” di Monaco non era affatto un lume simile a quello da lui scoperto, e che solo al suo lume – che peraltro produceva una vera e propria fiamma e non una semplice luminescenza – poteva darsi “a giusto titolo il nome di perpetuo”.

Dopo la Dissertation, Raimondo di Sangro, animato da un “gran desiderio” di “mantenere il silenzio” e probabilmente preoccupato di incorrere in nuove censure, non pubblicò più nulla. Tuttavia, sia la biografia disangriana di Giangiuseppe Origlia che la Lettera Apologetica danno notizia di varie opere composte dal principe e rimaste inedite, alcune delle quali incentrate su argomenti assai “pericolosi”. Tra i vari testi ricordiamo: una Serie di lettere indirizzate ad un libero pensatore sulla morale degli atei, i Dialoghi critici intorno alla vita di Maometto, la Dissertazione sulla vera cagione producitrice della luce. Di una Dissertazione intorno agli errori di Benedetto Spinosa aveva pubblicato un breve estratto all’interno della Supplica.

Oltre ai titoli editi e inediti, vanno menzionate le opere non scritte da lui ma stampate clandestinamente nella tipografia di Palazzo Sansevero. Nel 1751, con falsa indicazione di luogo di stampa ed editore (“Londra, dal Pickard”), veniva impresso dai torchi disangriani Il Conte di Gabalì ovvero Ragionamenti sulle scienze segrete tradotti dal francese da una Dama italiana, a’ quali si è aggiunto in fine il Riccio rapito poema del Signor Alessandro Pope tradotto d’inglese dal Signor Antonio Conti. Scritto e pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1670 da Nicolas de Montfaucon de Villars, Il Conte di Gabalì era ritenuto un classico della letteratura misteriosofica seicentesca e dell’esoterismo rosacruciano, e in quanto tale era condannato dalla Chiesa: anche l’edizione italiana curata da di Sangro fu messa all’Indice dei libri proibiti, unitamente alla Lettera Apologetica. Poco prima della forzosa conclusione della sua attività di stampatore, infine, il principe di Sansevero fece in tempo a pubblicare, anche in questo caso con falsi dati tipografici, l’Adeisidaemon sive Titus Livius a superstitione vindicatus dell’illuminista radicale John Toland, cui seguivano le Origines Judaicae dello stesso autore.