Leggende popolari

Accanto al “mito colto” di Raimondo di Sangro, è fiorita nei secoli una moltitudine di leggende sulla Cappella Sansevero e il suo originale mecenate. I rumorosi laboratori sotterranei di Palazzo Sansevero, che non tacevano neanche di notte e gettavano sinistri bagliori, le sensazionali invenzioni che ne sortivano, meravigliando chi le osservava, dovevano accendere la fervida fantasia popolare dei napoletani, e in particolare di coloro che abitavano negli angusti vicoli del centro antico.

Le parole di Salvatore Di Giacomo rendono ottimamente l’atmosfera che nel ’700 eccitava l’immaginazione e il timore dei passanti: “Fiamme vaganti, luci infernali – diceva il popolo – passavano dietro gli enormi finestroni che danno, dal pianterreno, nel Vico Sansevero […] Scomparivano le fiamme, si rifaceva il buio, ed ecco, romori sordi e prolungati suonavano là dentro: di volta in volta, nel silenzio della notte, s’udiva come il tintinnio d’un’incudine percossa da un martello pesante, o si scoteva e tremava il selciato del vicoletto come pel prossimo passaggio d’enormi carri invisibili”. Così, Benedetto Croce ricorda come, “per il popolino delle strade che attorniano la Cappella dei Sangro”, il principe di Sansevero fosse “l’incarnazione napoletana del dottor Faust […] che ha fatto il patto col diavolo, ed è divenuto un quasi diavolo esso stesso, per padroneggiare i più riposti segreti della natura”.

Ecco alcuni dei misfatti e dei prodigi che, secondo la cosiddetta “leggenda nera”, avrebbe compiuto il principe di Sansevero: “fece uccidere due suoi servi” per “imbalsamarne stranamente i corpi” (il riferimento è alle Macchine anatomiche); “ammazzò […] nientemeno che sette cardinali” per ricavare dalle loro ossa e dalla loro pelle altrettante sedie; accecò Giuseppe Sanmartino, autore del Cristo velato, affinché egli “non eseguisse mai per altri così straordinaria scultura”; “riduceva in polvere marmi e metalli” ed “entrava in mare con la sua carrozza e i suoi cavalli […] senza bagnare le ruote”. Sul capolavoro del Sanmartino, poi, è sorta quella che è probabilmente la più diffusa e la più inossidabile delle leggende, secondo cui il principe avrebbe “marmorizzato” attraverso un procedimento alchemico il velo del Cristo.

Un altro fantasioso racconto riguarda le circostanze della morte del principe di Sansevero, che per i napoletani è il “Principe” per antonomasia. È ancora Croce a riportarlo: “Quando sentì non lontana la morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò tagliare a pezzi e ben adattare in una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; senonché la famiglia […] cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il principe, come risvegliato nel sonno, fece per sollevarsi, ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato”.

Queste e tante altre leggende sono ancora vive, e continuano a nascerne di nuove. Basta aggirarsi tra i visitatori della Cappella Sansevero per sentire raccontare le più bizzarre storie su Raimondo di Sangro e le opere da lui commissionate, e non è raro imbattersi in un passante che, davanti a Palazzo Sansevero, si fa il segno della croce come per scacciare i malefizi del temuto e “diabolico” principe. C’è perfino chi ha narrato di “incontri ravvicinati” con lo spirito di Raimondo di Sangro. È anche attraverso questi stravaganti racconti che a Napoli sopravvive – distorto, ma saldo – il ricordo del principe di Sansevero.