Hanno detto di lui

“Discende da un nobilissimo casato di principi del Regno di Napoli, e dal feudo ha nome di principe di Sansevero. Primeggia per un ingegno singolare, meraviglioso, si direbbe prodigioso. Sembra che si sia immerso completamente negli studi filosofici. Prova quotidianamente nuovi esperimenti […] Conosce le più varie lingue straniere, ma coltiva soprattutto il fiore dell’eloquenza e la purezza della lingua italiana. Ardentemente avido di fama e gloria fatua, nella prefazione della sua Lettera Apologetica mostra di essere trascinato da tale ambizione, da considerarsi quasi autore di una qualche nuova dottrina […] È cultore ed estimatore diligentissimo degli scrittori eretici, soprattutto di quelli che presso gli Inglesi introducono la libertà e l’indifferenza religiosa”.
Censura della Congregazione dell’Indice dei libri proibiti a Il Conte di Gabalì e alla Lettera Apologetica (29 febbraio 1752).

“Or queste opere, e tutte queste scoverte sin’ora di sì illustre Personaggio, che abbiamo qui brievemente cennato, ci fanno sperare sempre più in appresso delle cose maggiori, e si comprenderà da tutti senza alcuna ombra di dubbio, ch’egli sia un di quei eroi, che la natura di tanto in tanto si compiace di produrre per far pompa di sua grandezza”.
Giangiuseppe Origlia Paolino, Istoria dello Studio di Napoli, Napoli 1753-54.

“Io era amico col principe di S. Severo, D. Raimondo di Sangro […] Questo signore è di corta statura, di gran capo, di bello e gioviale aspetto, filosofo di spirito, molto dedito alle meccaniche: di amabilissimo e dolcissimo costume: studioso e ritirato: amante la conversazione d’uomini di lettere. Se egli non avesse il difetto di aver forte fantasia, per cui è portato qualche volta a credere cose poco verisimili, potrebbe passare per uno de’ perfetti filosofi. Egli era degli intimi amici delle Maestà loro: ma la lettera apologetica De Quipue, scritta con più di libertà di quello che i teologi avrebbero voluto, e l’essersi poi scoverto capo dei liberi muratori di Napoli, gli concitarono tale nemicizia de’ preti, e specialmente del cardinale Spinelli, che niuna occasione ometteva per giustificare i suoi antecedenti passi, che il minarono nell’animo del Re”.
Antonio Genovesi, Autobiografia, 1755-56 ca. (ed. cit.: Milano 1962).

“Parlando delle arti, noi crediamo di dover fare distinta menzione di Raimondo di Sangro, il quale senza averne professata alcuna, ne ha molte illustrate col suo gusto e colle sue invenzioni. Si poteva dire di lui quel che Fontenelle diceva di un altro letterato, che conteneva in sé un’accademia intera […] Se Raimondo avesse voluto far maggior comparsa nella repubblica delle lettere e delle belle arti […] nessuno forse l’avrebbe fatta più luminosa di lui. Ma egli non ambiva essere autore: qualche segreto l’ha comunicato a’ suoi amici, gli altri o sono morti con lui, o giacciono ignoti in qualche angolo della sua casa”.
Giuseppe Maria Galanti, Breve descrizione della città di Napoli e del suo contorno, Napoli 1792.

“Mentre il sentier costui seguia di Marte, / a sublimi pensier volgea la mente, / di nuovi arcani indagator frequente, / ponea su questi il chiaro ingegno e l’arte. // Ma tai cure restar neglette in parte, / sogni creduti dalla dotta gente; / e sciolto il freno a immaginar fervente, / segni inventò senza vergar le carte. // E moli, e Tempio di bell’opre ornato, / emulatrici dell’Acheo scalpello, / costrusse, e ciò compir fu a lui negato. // Così la parca fa delusi e vani / i pensier nostri, e assisa in sull’avello, / bieca si ride de’ disegni umani”.
Carlantonio de Rosa di Villarosa, Ritratti poetici di alcuni uomini di lettere antichi e moderni del Regno di Napoli, Napoli 1834.

“Il Principe di Sansevero fu senza dubbio […] un uomo colto ed ingegnoso. Egli non ha lasciato un nome nella storia del sapere, ma ha dato luogo a leggende più o meno maravigliose, perché facea un segreto dei suoi trovati, amando destare la sorpresa dei suoi coetanei. Così egli trovò il modo di colorire i marmi, ma non pubblicò il metodo di cui si avvaleva […] Mancando adunque di opere pubblicate, resta la tradizione, dalla quale sceverando il maraviglioso e l’esagerato, si deve dire che il Principe di Sansevero fece molte cose per farsi ammirare dai coevi, ma curò poco il giudizio dei posteri”.
Luigi Settembrini, Lezioni di letteratura italiana, Napoli 1866-1872.

“Era costui uomo di vasto, versatile e strano ingegno, nacque il 1710, fu educato nel seminario romano, ai 20 anni ritornò in Napoli. Molte cose si narrano di lui, fu versatissimo nelle scienze fisiche, chimiche, artistiche e militari, conobbe le lingue greca, ebraica, siriaca e arabica, studiò i più celebri Teologi, meditò i Padri della Chiesa, fu inventore della cromolitografia, imprimendo diversi colori ad un sol colpo di torchio; colse varie palme nella battaglia di Velletri; fu avido d’intraprendere, impaziente di compire, curioso d’investigare, facile a ritrovare, morì nel 1771”.
Gennaro Aspreno Galante, Guida sacra della città di Napoli, Napoli 1872.

“Tattica, invenzioni militari, invenzioni pirotecniche (il verde-mare, il verde-smeraldo, il rubino, il pavonazzo, il giallo che oggi ammiriamo nelle girandole furono scoperti da lui, come pure i razzi col fischio e gli altri, dei quali pare perduto il segreto, «con un ben chiaro e distinto canto di uccelli, il quale senz’altro estraneo aiuto era dallo stesso fuoco prodotto») invenzioni idrauliche, architettoniche, artistiche; studî di lingue antiche e moderne, di filosofia, teologia, storia e antiquaria, non gl’impedirono di trovar il tempo per isbizzarrirsi con la lettera apologetica e con la invenzione del nuovo alfabeto dei Quipu, dell’antico essendo rimasto soltanto il nome e il ricordo”.
Luigi Capuana, Don Raimondo di Sangro, da Libri e teatro, Catania 1892.

“Fiamme vaganti, luci infernali – diceva il popolo – passavano dietro gli enormi finestroni che danno, dal pianterreno, nel vico Sansevero […] Scomparivano le fiamme, si rifaceva il buio, ed ecco, romori sordi e prolungati suonavano là dentro […] Che seguiva, dunque, ne’ sotterranei del palazzo? Era di là che il romore partiva: lì rinserrato co’ suoi aiutanti, il principe componeva meravigliose misture, cuoceva in muffole divampanti […] porcellane squisite e terraglie d’ogni sorta; lì mescolava colori macinati per la stampa tipografica e faceva gemere torchi fabbricati, secondo le sue stesse norme, per imprimere in una volta sola parecchi colori sul foglio […] Quell’uomo fu di grande ingegno e di grandissimo spirito: se non mi sbaglio, si valse dell’una cosa più per diletto proprio che per altro, e dell’altra usò per burlarsi di tutti. È anche, e specie per questo, ch’egli ha meritato di passare alla posterità”.
Salvatore Di Giacomo, Un signore originale, da Celebrità napoletane, Trani 1896.

“E il principe di Sansevero, o il ‘Principe’ per antonomasia, che cosa altro è in Napoli, per il popolino delle strade che attorniano la Cappella dei Sangro, ricolma di barocche e stupefacenti opere d’arte, se non l’incarnazione napoletana del dottor Faust o del mago salernitano Pietro Barliario, che ha fatto il patto col diavolo, ed è divenuto un quasi diavolo esso stesso, per padroneggiare i più riposti segreti della natura o compiere cose che sforzano le leggi della natura?”.
Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, Bari 1919.

“La nobiltà […] nella sua parte migliore sin dalla fine del seicento si era avvicinata agli studî, come si osserva nella persona di un Tiberio Carafa, letterato, politico, patriota e cospiratore, e, nel corso del secolo seguente, contò nelle sue fila un Raimondo di Sangro principe di Sansevero, un Gaetano Filangieri […] e altri parecchi scrittori di scienza, di economia e di politica e molti altresì che non furono scrittori, ma presero parte più o meno viva al nuovo sentire e al nuovo operare”.
Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari 1925.