Ultimi anni

Il fervido ingegno del principe di Sansevero, cui era “impossibile restringersi nell’occupazione di un solo oggetto”, continuava a creare meraviglie. Il suo palazzo in largo San Domenico Maggiore divenne meta di studiosi e viaggiatori del Grand Tour, curiosi di vedere le sue eccezionali invenzioni, di cui però egli non rivelò mai esaurientemente il segreto. Pietre preziose artificiali e marmi colorati, quadri eseguiti con colori “oloidrici” o con lana (che producevano particolari effetti ottici), esperimenti di palingenesi, acqua di mare desalinizzata: queste e tante altre sperimentazioni potevano ammirare i fortunati visitatori. Sconcertavano le cosiddette Macchine anatomiche, che di Sangro conservava nel suo “Appartamento della Fenice” (oggi sono esposte nel Museo), come destava stupore il complicato meccanismo di un grande orologio a carillon che egli aveva progettato e situato sul piccolo ponte che collegava il palazzo al tempio.

Il suo genio trovava sbocchi felici anche nella Cappella: nel 1759 veniva realizzata, con un procedimento a base di solventi chimici, la lunga iscrizione a lui dedicata, e a partire dalla metà degli anni ’60 Francesco Celebrano eseguiva il sensazionale Pavimento labirintico a intarsio, facendo tesoro di un metodo illustratogli dal di Sangro. Prendeva forma definitiva, intanto, il percorso allegorico-iniziatico del mausoleo, con la realizzazione delle altre statue delle Virtù ad opera di Queirolo, Celebrano e Persico. A riprova della cura con cui il principe elaborò ogni dettaglio del suo affascinante progetto, si ricorda che nel testamento raccomandò agli eredi di non modificare nulla dell’assetto e dell’apparato simbolico da lui concepiti.

Nel 1756 pubblicava la Dissertation sur une lampe antique, in cui tornava su argomenti affini a quelli trattati nelle lettere sul lume perpetuo. Sebbene dopo di allora egli – per non incorrere in ulteriori censure – non pubblicasse altre opere, la sua attività intellettuale non si spense. Ascritto anche alla Società Colombaria, accademia scientifico-letteraria di Firenze, fu amico e corrispondente di illustri esponenti del mondo della cultura: Antonio Genovesi, gigante del pensiero settecentesco, indirizzò a lui la sua ultima lettera pochi giorni prima di morire; Fortunato Bartolomeo De Felice, editore illuminista attivo in Svizzera, manteneva i contatti con di Sangro attraverso il suo mecenate Vincent Tscharner; Giovanni Lami, direttore delle «Novelle Letterarie» fiorentine, Lorenzo Ganganelli (poi papa Clemente XIV), il fisico Jean-Antoine Nollet, il geografo Charles Marie de la Condamine intrattenevano con lui rapporti epistolari. L’astronomo Joseph Jérôme de Lalande, quasi incredulo al cospetto della cultura e della personalità del principe di Sansevero, commentò che “non era un accademico, ma un’accademia intera”.

Più di un libro fu a lui dedicato. Proprio nel 1755 venivano ristampati in volume unico L’Iride e l’Aurora boreale, due poemi scientifici in latino del gesuita Carlo Noceti, con traduzione italiana a fronte: tale edizione, impressa nella Stamperia Imperiale di Firenze, si apriva con una lunga dedicatoria a Raimondo di Sangro da parte dell’erudito toscano Anton Francesco Gori. Nel 1764-67, inoltre, il principe di Sansevero finanziò una monumentale edizione in cinque volumi, uscita a Perugia, della Iconologia di Cesare Ripa, fondamentale trattato iconografico pubblicato per la prima volta alla fine del ’500.

Gli ultimi quindici anni della sua vita furono anche segnati da gravi difficoltà economiche, che tuttavia non lo distolsero dai suoi interessi e dall’impegnativo completamento della Cappella Sansevero. Dopo la partenza di Carlo di Borbone per la Spagna (1759), inoltre, i suoi rapporti con la Corte si complicarono, essendo egli inviso al potente ministro Bernardo Tanucci e ad altre personalità di primo piano, che non avevano dimenticato la vicenda massonica e mal sopportavano il suo orgoglio aristocratico e la sua eterodossia intellettuale. Nel luglio 1770, infine, vi furono le sue ultime spettacolari uscite pubbliche: per alcune domeniche egli solcò le acque del golfo, da Capo Posillipo al Ponte della Maddalena, a bordo di una “carrozza marittima” di sua invenzione, che procedeva veloce sulle onde grazie a un ingegnoso sistema di pale a foggia di ruote. Di lì a poco, il 22 marzo 1771, si sarebbe spento a Palazzo Sansevero, a causa – stando alle fonti – di una malattia provocatagli dalle sue “chimiche preparazioni”.

Amato e odiato in modo ugualmente incondizionato, ora ritenuto un epigono della tradizione alchemica e un “grande iniziato” ora un interprete della giovane scienza moderna, Raimondo di Sangro lasciava con la sua morte un mito destinato a durare nei secoli. L’alone di mistero che ancor oggi, per l’impossibilità di segnare i confini precisi della sua multiforme attività, avvolge la vita e l’opera del principe di Sansevero non deve però appannarne l’immagine di raffinatissimo intellettuale, operante in quel periodo vivace e fecondo che fu a Napoli l’età del Genovesi. Egli fu il più rappresentativo e, al contempo, originale esponente di quel ceto aristocratico illuminato, attivo nella vita sociale, antesignano nel cogliere il segno dell’evolversi della storia e nel favorire quel rinnovamento civile che avrebbe trovato nella generazione successiva la sua espressione più compiuta.