Maturità

Gli anni ’40 e ’50 del XVIII sec. videro la fama di Raimondo di Sangro crescere e oltrepassare i confini del Regno. Nel 1741 egli realizzò un cannone che, rispetto agli altri esemplari dello stesso tipo, pesava centonovanta libbre in meno e aveva una gittata di gran lunga superiore. Divenuto colonnello del Reggimento di Capitanata, una delle dodici unità provinciali dell’esercito borbonico, il principe partecipò alla vittoriosa battaglia di Velletri contro gli Austriaci (1744), segnalandosi per coraggio e destrezza. La passione per l’arte militare sfociò nella pubblicazione della Pratica di Esercizj Militari per l’Infanteria (1747): la sua competenza in materia gli valse le lodi di Luigi XV di Francia e Federico II di Prussia, e tutte le truppe spagnole adottarono gli efficaci esercizi da lui prescritti.

Già ammesso nel 1743 all’Accademia della Crusca, la più autorevole istituzione culturale dell’epoca, con il nome di Esercitato, l’anno successivo Raimondo aveva ottenuto da Benedetto XIV l’autorizzazione a leggere i libri proibiti: studiò così le opere di Pierre Bayle, gli scritti dei philosophes francesi e degli illuministi radicali, i testi della tradizione alchemica e massonica, trattati scientifici di ogni genere. Con le letture proseguivano anche le sperimentazioni: realizzò spettacolari teatri pirotecnici con fuochi artificiali di colori mai veduti prima e una stoffa perfettamente impermeabile che regalò al sovrano; preparò alcuni farmaci che operarono guarigioni insperate; elaborò un metodo per stampare figure e caratteri policromi con una sola pressione di torchio, utilizzando macchine tipografiche da lui stesso progettate. Dava intanto inizio ai lavori nella Cappella Sansevero, che sarebbero durati fino alla sua morte: nel 1749 Francesco Maria Russo eseguiva l’affresco sulla volta del tempio sepolcrale, utilizzando speciali colori prodotti dal committente.

Nel 1751 il principe fu al centro di un “intrigo” che parve “il maggior del mondo”. L’innata curiosità, la concezione eminentemente esoterica della conoscenza e, al contempo, la mente aperta alle nuove idee dell’Illuminismo europeo lo avevano infatti avvicinato alla Massoneria, società segreta attraverso cui tante di quelle nuove idee furono propagandate; così, nell’agosto del 1750, Raimondo di Sangro aveva assunto il Gran Magistero della Loggia napoletana. Con la bolla Providas del 18 maggio 1751 Benedetto XIV formalizzò l’esplicita condanna della “rispettabile società” da parte della Chiesa, condanna peraltro ribadita in luglio da un editto di Carlo di Borbone: al principe non restò altra scelta che l’abiura.

I problemi per lui erano però tutt’altro che finiti. Nella tipografia impiantata nel suo palazzo egli stampò, nello stesso 1751 (ma con la data 1750), il suo capolavoro letterario: la Lettera Apologetica dell’Esercitato Accademico della Crusca contenente la Difesa del libro intitolato Lettere d’una Peruana per rispetto alla supposizione de’ Quipu scritta alla Duchessa di S**** e dalla medesima fatta pubblicare. Formalmente incentrata su un antico sistema di segni (i quipu) in uso presso gli Incas del Perù, la Lettera Apologetica trattava molti temi pericolosi, citava un numero sterminato di autori eterodossi e diffondeva i fermenti innovativi della Massoneria, se non addirittura – secondo gli avversari del principe – messaggi esoterici veicolati attraverso un codice segreto. Giudicata come “una sentina di tutte l’eresie” e duramente attaccata da diversi pamphlet, l’opera fu messa al bando dalla Congregazione dell’Indice dei libri proibiti, e neanche la pubblicazione di una Supplica (1753) inviata dal principe al pontefice valse a far depennare l’Apologetica dall’elenco dei prohibiti.

Deluso e amareggiato, di Sangro si gettò nello “studio della fisica sperimentale” e installò nei sotterranei del suo palazzo una grande fornace e un laboratorio chimico “con ogni sorta di fornelli”, pervenendo a nuove sorprendenti scoperte, come quella di un misterioso “lume perpetuo”, a proposito del quale scrisse alcune lettere al fiorentino Giovanni Giraldi, tradotte poi in francese e riunite in un volume indirizzato allo scienziato Jean-Antoine Nollet (1753). Energie e sostanze erano da lui riversate, più che in qualunque altra attività, nella realizzazione del progetto iconografico della sua Cappella: venivano così alla luce capolavori come la Pudicizia, il Cristo velato, il Disinganno.