Infanzia e giovinezza

Per comprendere il messaggio storico-artistico, spirituale, filosofico della Cappella Sansevero, è necessario conoscere la vicenda biografica del suo mecenate, Raimondo di Sangro principe di Sansevero. La fonte principale per la ricostruzione di gran parte della sua vita è, per ricchezza e minuzia di informazioni, il secondo volume dell’Istoria dello Studio di Napoli (1754) di Giangiuseppe Origlia; fondamentali sono anche l’anonima Breve nota di quel che si vede in casa del Principe di Sansevero (la prima edizione, del 1766, fu corretta e ampliata nel 1767) e le opere pubblicate dallo stesso di Sangro, nonché la sterminata messe di notizie contenute in guide e resoconti di viaggiatori settecenteschi, epistolari, testi letterari e documenti d’archivio nazionali e internazionali.

Rampollo di un casato d’altissimo rango, egli nacque il 30 gennaio 1710 a Torremaggiore, in Puglia, ove i Sansevero possedevano la maggior parte dei loro feudi. La madre, Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona (figlia della principessa Aurora Sanseverino, nota intellettuale e protettrice di artisti), morì nel dicembre dello stesso anno; il padre, Antonio di Sangro duca di Torremaggiore, fu costretto da vicende personali ad assentarsi per lunghi periodi dall’Italia. Affidato alle cure del nonno Paolo, sesto principe di Sansevero e cavaliere del Toson d’Oro, a un anno Raimondo fu trasferito a Napoli, allora capitale del Viceregno austriaco, ove i suoi antenati avevano fissato la propria dimora in un imponente palazzo in largo San Domenico Maggiore. A Napoli egli ricevette la prima educazione e fu avviato allo studio di letteratura, geografia e arti cavalleresche.

Ben presto, però, si comprese che la sua era una mente eccezionalmente dotata. Racconta infatti l’Origlia che “la soverchia vivacità del suo spirito, e la troppa prontezza” indussero il nonno e il padre (tornato da Vienna intorno al 1720) a inviarlo a Roma presso il Collegio dei Gesuiti, la scuola più prestigiosa dell’epoca. Sotto la direzione di insigni maestri, Raimondo si dedicò con sorprendente profitto alla filosofia e alle lingue (arriverà a padroneggiarne almeno otto), alla pirotecnica e alle scienze naturali, all’idrostatica e all’architettura militare. Su quest’ultima materia compose, ancora giovanissimo, un trattato rimasto inedito. Nel seminario romano ebbe modo di conoscere anche le opere e il museo naturalistico di Athanasius Kircher, celebre scienziato ed egittologo seicentesco, i cui testi erano fitti di rimandi alla tradizione ermetica.

Il 1729 segnò il suo sbalorditivo esordio da inventore: dando prova del suo “maraviglioso intelletto”, egli progettò, in occasione di una rappresentazione teatrale, un ingegnoso palco ripieghevole, che destò lo stupore perfino di Nicola Michetti, ingegnere dello zar Pietro il Grande. Intanto, morto il nonno paterno, era stato Raimondo a ereditarne nel 1726 il titolo e il patrimonio, grazie alla rinuncia del padre: si era venuto così a trovare, a soli sedici anni, alla guida di una delle più potenti famiglie del Regno. Terminati gli studi nel 1730, egli visse tra Napoli e Torremaggiore fino al 1737, anno in cui si stabilì definitivamente in Palazzo Sansevero, nel cuore del centro antico di Napoli, che nel 1734 era divenuta capitale del nuovo Regno guidato da Carlo di Borbone.

Quando il principe convolò a nozze con la cugina Carlotta Gaetani dell’Aquila d’Aragona, ereditiera di molti feudi nelle Fiandre, Giambattista Vico dedicò loro un sonetto e Giambattista Pergolesi musicò la prima parte di un preludio scenico in onore degli sposi. In virtù del suo prestigio e della intimità con il giovane sovrano, Raimondo fu nominato gentiluomo di camera con esercizio di Sua Maestà e, nel 1740, fu insignito del titolo di cavaliere dell’Ordine di San Gennaro, onorificenza riservata a una ristretta élite prescelta dalla Corona borbonica. Con l’animo sempre “applicato a nuove scoverte”, egli si distingueva intanto per le sue invenzioni: già nel 1739 aveva infatti realizzato un’innovativa macchina idraulica e un archibugio in grado di sparare sia a polvere che ad aria compressa, di cui fece dono a Carlo di Borbone.