Fasto settecentesco

La sistemazione seicentesca della Cappella rimase inalterata fino agli anni ’40 del ’700, quando pose mano all’ampliamento e all’arricchimento del tempio Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero. Seguì un periodo di grande fervore, in cui egli profuse nell’impresa forze e sostanze, impegnandosi con entusiasmo e competenza, chiamando presso di sé pittori e scultori rinomati, sovrintendendo personalmente alle fasi di lavorazione, scegliendo e talvolta realizzando i materiali. L’idea era quella di farne un tempio maestoso, degno della grandezza del casato, arricchendolo di opere di altissimo pregio pur senza alterare la primitiva struttura e cercando nel nuovo assetto l’idonea collocazione per i mausolei preesistenti. Fu così che vennero alla luce opere come la Gloria del Paradiso, la Pudicizia e le altre statue delle Virtù, il Cristo velato.

La complessa personalità, la cultura cosmopolita, la genialità di inventore, gli studi alchemico-scientifici, la militanza massonica, il sentimento radicato della storia fecero di Raimondo di Sangro un mecenate generoso, ma esigentissimo: ogni singola opera, infatti, doveva svolgere una funzione insostituibile nel progetto iconografico complessivo da lui immaginato, e ignoto probabilmente agli stessi artisti. È per tale motivo che nella Cappella Sansevero, come mai in altro monumento, si avverte la presenza di una committenza che, sovrastando a tratti ogni singola presenza artistica, autorevolmente si impone infondendo energia, coerenza, suggestione, respiro europeo all’intero complesso.

Il principe di Sansevero mantenne a grandi linee la semplice struttura architettonica della fase seicentesca. La Cappella presenta un’unica navata a pianta longitudinale con quattro archi a tutto sesto per lato; il cornicione, costruito con un mastice di invenzione del di Sangro, corre lungo tutto il perimetro al di sopra degli archi. La volta a botte è interrotta da sei finestre strombate che illuminano l’intera Cappella; all’altezza dell’abside, poi, si può ammirare il gioco illusionistico di una finta cupoletta.

Nel 1901 fu completata la pavimentazione in cotto napoletano, smaltato in giallo e azzurro – colori del casato di Sangro – in corrispondenza dello stemma gentilizio. Il bellissimo pavimento settecentesco, con l’enigmatico motivo a labirinto, realizzato con un sistema inventato anch’esso dal principe, andò distrutto alla fine del XIX sec.: è possibile oggi vederne un campione nel passetto antistante la tomba di Raimondo di Sangro. Da tale passetto si accede sulla sinistra a una scala che conduce alla Cavea sotterranea, che il principe ideò ma non fece in tempo a vedere terminata.

Infine, sulla porta laterale, risalente al periodo settecentesco, si può leggere una lunga ed eloquente iscrizione: “Chiunque tu sia, o viandante, cittadino, provinciale o straniero, entra e devotamente rendi omaggio alla prodigiosa antica opera: il tempio gentilizio consacrato da tempo alla Vergine e maestosamente amplificato dall’ardente principe di Sansevero don Raimondo di Sangro per la gloria degli avi e per conservare all’immortalità le sue ceneri e quelle dei suoi nell’anno 1767. Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all’opera divina e i sepolcri dei defunti, e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti e allontanati” (trad. it. di Maria Alessandra Cecaro).